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“Perfino incassarli è fatica”. L’esercito dei super sfruttati

Addetti alle pulizie, hostess e camerieri, ma anche laureati che parlano 3-4 lingue. Le storie dietro i numeri: “Non c’è futuro per noi”.

Anche riscuotere i voucher è un lavoro. Devi portarli allo sportello, sperare che abbiano abbastanza soldi in cassa per pagarteli tutti. Altrimenti devi tornare un’altra volta”. La storia di Fiorella dimostra come l’estremo precariato non sia l’unico problema per chi presta lavoro accessorio. Lo scorso anno ha fatto la cameriera in una pizzeria in provincia di Bari ed è stata retribuita per la maggior parte del tempo in nero e un pò con i voucher.

“Utilizzavano un buono – racconta – per la prima ora e i contanti per il resto della serata. La paga era uguale a prescindere dalle ore effettive. Dipendeva da quando gli ultimi clienti andavano via dal locale e niente ci veniva riconosciuto come straordinario”. Ecco una dimostrazione di come i ticket, almeno prima dell’introduzione della tracciabilità, abbiano facilitato le irregolarità.

Tra l’altro, Fiorella ricorda che tocca al lavoratore recarsi presso il tabaccaio per cambiare i buoni: “Nuova perdita di tempo, quindi, che tra l’altro limita la privacy perché, se c’è gente in coda, si accorgono tutti che stai uscendo dal negozio con tanti soldi addosso e la cosa ti mette pure ansia”. Tutti problemi che non riguardano chi ha un contratto di lavoro e viene quindi pagato con accrediti sul conto corrente.

Il boom di voucher degli ultimi anni ha riguardato tanti settori, anche quelli altamente qualificati. Dario, per esempio, fa il farmacista e ha raccontato la sua storia alla Cgil proprio in occasione delle iniziative di propaganda referendaria: “Ho iniziato con Garanzia Giovani (un tirocinio finanziato con fondi pubblici, ndr) e poi mi hanno proposto di essere pagato coi voucher. Guadagnavo quanto i colleghi contrattualizzati ma rispetto a loro non avevo prospettive. Il tetto di 2 mila euro netti (il massimo percepibile dal lavoratore nella stessa azienda, ndr) per 40 ore settimanali mi costringeva ad abituarmi ad avere una prospettiva da un mese e mezzo”.

Anche Brunangela ha affidato la sua storia al sindacato. Dopo la laurea in Scienze politiche e un’esperienza all’estero le è stata proposta una docenza da un’agenzia di formazione. “Per svolgerla al meglio – racconta – mi sono preparata per tre mesi ma poi mi hanno chiesto solo poche ore e in tutto ho guadagnato 120 euro lordi, quindi 90 netti”.

In un paese con tre milioni di disoccupati, insomma, il mercato del lavoro al ribasso ha spianato la strada a un metodo molto comodo per le aziende tenute a retribuire solo le ore effettivamente prestate per 10 euro lorde l’ora, senza doversi accollare ferie e permessi per malattia.

“Lavorare a voucher – afferma Alice, che si occupa di servizi culturali – è un problema perché rende precario il precariato. Non puoi assentarti, perché se lo fai poi non sai se sarai richiamato”. “Questa instabilità – ricorda Francesco, pagato un po’ in nero e un po’ con i ticket – ti impedisce di avere un prestito dalle banche, che a me servirebbe per le spese e per gli studi. Lavoro tutte le sere, non guadagno poco, ma senza contratto gli istituti non mi concedono nulla”. I siti web che incrociano domanda e offerta di occupazione sono pieni di proposte “con voucher”. Tra le richieste, un erborista “laureato in Farmacia, Biologia o Chimica” o impiegate commerciali con “livello madrelingua di inglese, francese e tedesco”. Professionalità alte, insomma, ma basse paghe e zero diritti: solo un foglio di carta che vale 7,50 euro all’ora.

Nemmeno i sindacati vi hanno rinunciato: come rivelato dal presidente dell’Inps Tito Boeri, la stessa Cgil ne ha comprati per 750 mila euro nell’ultimo anno. Così, il fenomeno ha contagiato anche le pubbliche amministrazioni. In principio furono i “voucher solidali”, quelli che i Comuni usavano per pagare disoccupati in difficoltà economica impiegati in attività occasionali. Le carenze di organico e i severi limiti di spesa per il personale hanno poi indotto molti enti a ricorrere ai buoni anche per coprire i buchi negli uffici e retribuire mansioni qualificate. A Torino si è parlato molto due mesi fa dei mediatori linguistici pagati con i voucher. A Padova il Comune ha addirittura promesso alcuni mesi fa “178 nuovi posti”, tutti “accessori”. A Lissone, in Brianza, in cinque anni sono stati in 181 a prestare attività retribuita con gli scontrini. A Cavriago (Reggio Emilia) due giovani ragazze sono state “assunte” nell’ufficio tributi.