Attualità Sociale

Nicola chiede che scuola fare per diventare sindaco? La scuola che non c’è

Nicola, un bambino di 7 anni di Bari, ha scritto una letterina al sindaco dicendo: «Caro sindaco, da grande vorrei fare il sindaco: mi dici che scuola devo fare?». Da questa esternazione fanciullesca viene fuori un messaggio conturbante: che tutti possono fare politica e, meno sanno farla, più ci sono possibilità che la facciano bene. Questo è lo spirito del tempo. Ma i bambini dell’età di Nicole se ne infischiano dello spirito del tempo. Procedono per intuizioni. Nicole ha intuito che la politica non è solo una missione, ma un mestiere. E, come tutti i mestieri, richiede conoscenze che si imparano con lo studio e la pratica. La classe politica della Prima Repubblica era meno disonesta di quella della cosiddetta Seconda e sicuramente più competente. Rubavano, ma lo sapevano fare, rubavano meglio, con più maestria e sapevano dove mettere le mani. Di certo nessuno li rimpiange, ma i loro successori furono imprenditori, sindacalisti, professori di economia e liberi professionisti. Tutta gente convinta che la politica fosse una perdita di tempo. I migliori l’hanno affrontata con sufficienza, i peggiori come una prosecuzione dei propri affari. Un discredito dopo l’altro, si è sprofondati nella mortificazione attuale, in cui la competenza è considerata connivenza e un politico che azzecca due verbi di fila viene guardato con sospetto, al punto che Gentiloni preferisce stare zitto per non farsi scoprire. Prima sono scomparse le scuole di partito. Poi i partiti. Ci resta Nicole, sperando che cresca, ma non troppo.