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STRAGE DI MANCHESTER: piccole vite spezzate. La più giovane aveva 8 anni.

I volti sfigurati dall’esplosione rendono difficile dare un nome alle vittime nell’attentato al concerto.

Lo strazio delle mamme di Manchester negli ospedali per identificare i corpi.

Al terzo piano c’è la camera mortuaria dei bambini. Una donna bionda sta per entrare. La accompagna un volontario che ha gli occhi azzurri spalancati, perché stare così vicini al dolore è uno shock, non basta il bicchiere di tè che le ha appena offerto, non c’è consolazione possibile in questa attesa tremenda.
La porta si apre, un’infermiera con la divisa blu bordata di bianco accoglie questa mamma sconosciuta che cerca un figlio che non si trova più, e sta girando da ore gli otto ospedali di Manchester. Solo tre le vittime identificate dell’attentato all’Arena. Le altre aspettano, in camere mortuarie come questa del Royal Manchester Children Hospital. Servono gli esami del Dna perché l’esplosione ha tranciato e dilaniato, bruciato e sfigurato, ma è difficile spiegare queste cose alle madri e ai padri che cercano, aspettano, sperano nel miracolo, e quando gli fanno segno di entrare, lì le ginocchia si piegano, la donna bionda annaspa, si intravvede un muro con dei pupazzetti colorati, ma anche questi fanno paura, e lei stringe nella mano un cellulare inutile.
La mamma di Saffie-Rose Roussos non sa ancora queste cose, nella nebbia di sofferenza che l’avvolge. È ferita, e grave, sedata, nessuno le può parlare. La figlia aveva 8 anni. È morta. Aveva una frangetta e un bel sorriso. Niente di tutto questo è rimasto. Saffie-Rose andava alle elementari a Tarleton, il preside della scuola Chris Upton ieri diceva che «era semplicemente una bella bambina, sotto tutti i punti di vista». Amata da tutti, ha aggiunto. Le piaceva Ariana Grande, come piace a tutti i bambini e ai ragazzini, così bisogna dire che l’attentatore ha scelto proprio bene, per la strage peggiore da fare. Un obiettivo facile, come Saffie-Rose, sua sorella e la mamma, tutte e tre al concerto. Una serata per famiglie, con tanti bambini felici, da uccidere.
Chi invece sa è la madre di Georgina Bethany Callander. Diciotto anni, anche lei di Tarleton, perché il grande concerto ha radunato ragazzi e bambini da tutta l’Inghilterra, e anche la studentessa modello Georgina detta Gina è venuta a Manchester, felice, forse più di tanti amici e suoi compagni in gita perché Ariana Grande per lei era davvero un mito, e poche ora prima del concerto aveva twittato parole d’amore, «sono così felice di poterti vedere domani». E due anni fa aveva strappato un selfie con Ariana, con la macchinetta ai denti ma che colpo, la foto con la star americana.
Ora i suoi idoli scendono piangendo sulla terra e scrivono «Rest in peace, Gina», Gina che amava anche gli One Direction e i Fifth Harmony, e Joe Sugg, che ha postato un cuore infranto, «so sad to hear about this». Gina studiava da infermiera al Runshaw College di Leyland, nel Lancashire. Aveva due fratelli, Harry e Daniel. Il padre Simon lavora a fare gli intonaci, una famiglia di piccola borghesia, lei intanto lavorava da Booths come commessa, per pagarsi i concerti, certo. Simpatica, la ricordano i compagni di scuola, e con il pallino della musica e del cinema. Una vita di ragazza inglese nella media, finita in un grande flash, un minuto dopo la fine del concerto. Gina è stata la prima ad essere identificata, ieri sera a Tarleton hanno fatto una veglia per ricordare lei e la piccolissima Saffie- Rose, perché serve anche questo, a chi rimane.
Poi c’è John Atkinson, 26 anni, da Radcliffe. Le foto lo mostrano mentre fa la lingua, le foto delle vittime degli attentati sono sempre divertenti e perciò fuori luogo, ma John, che tutti descrivono come una bell’anima, adesso che è solo un’anima, era un tipo che voleva divertirsi. Ora stanno raccogliendo soldi per fargli un funerale come si deve, perché forse la sua famiglia non se lo può permettere, e uno scrive «sapete quanto sono cari i funerali, perciò aiutiamoli almeno in questo».
Altre mamme stanno cercando. Quella di Laura McIntyre e Eilidh MacLeod, due amiche scozzesi arrivate a Manchester da Barra, nelle Ebridi. Hanno fatto appelli, pianto e gridato, Laura è poi stata trovata, ieri sera, ferita gravissima, l’altra non ancora. E la madre di Olivia Campbell, 15 anni, che ieri piangeva accanto ad un uomo seduto su una sedia da giardino, distrutto, muto. Charlotte Campbell farebbe qualunque cosa per riportare a casa viva la figlia, per ora stringe in mano una foto, la ragazza è ufficialmente dispersa, lei ha paura di sentire una cosa che non vuole sentire. «Questa è mia figlia Olivia, era al concerto con il suo amico Adam, che ora è ricoverato in ospedale. Ma lei non c’è. Il suo telefono è morto. Se qualcuno l’ha vista chiami la polizia, io non la sento dal concerto, mi ha persino ringraziato per averla lasciata andare», e ripete «please, please», datemi notizie di lei.
E i parenti di Martyn Hett, 29 anni, di Stockport. Nessuno sa dove sia.