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SALERNO, festeggiamente per San Matteo. Monsignor Bellandi e don Michele cantano insieme.

L’niziativa canora nell’atrio del Duomo di Salerno. Il nuovo vescovo manda in delirio il pubblico cantando “O’ surdato nnammurato”.

Si è svolta domenica sera la serata canora ideata ed organizzata dal parroco don Michele Pecoraro che rientra nel calendario dei festeggiamenti del santo patrono. “L’idea nasce” afferma don Michele “dalla voglia di testimoniare Dio attraverso il canto, poi è anche un modo per dare ufficialmente il benvenuto al nostro già tanto amato vescovo”.

Una serata concerto con tanto di palco, coriste e strumenti musicali. A presentare il cantante Paolo Romano. Dall’oscurità un occhio di bue puntato sulla loggia superiore dell’atrio e lui , don Michele, il protagonista illuminato comincia a cantare sulle note di strada facendo, per poi scendere e raggiungere il palco proseguendo il suo canto come un vero showman.

Prosegue con il repertorio italiano, dai Nomadi, con “Io vagabondo” a Vecchioni con “Chiamami sempre amore”, non mancano le canzoni che appartengono al repertorio liturgico.
La seconda parte del concerto è ispirata alle melodie partenopee. Sulle note delle canzoni napoletane più belle il pubblico va letteralmente in delirio, soprattutto quando, il vescovo Andrea Bellandi, preso il microfono ceduto da don Michele , canta “oje vita, oje vita mia” de o’ surdato nnammurato, e qui il picco più alto della serata, il pubblico in delirio canta con il suo arcivescovo.

Testimonianza di una vera aggregazione che va oltre il sociale e che crea legami forti con la sua gente. Un vescovo del popolo, per il popolo con il popolo, che testimonia la bellezza dei rapporti autentici con i fedeli.
Un evento apparentemente banale e semplice che porta dentro tutta la potenza della testimonianza cristiana. La voglia di comunicare che il cristiano è parte integrante della società e che attraverso la musica si può, si deve testimoniare. Una Salerno che sta riscoprendo l’unità con il suo pastore, un pastore che non ha timore della gente, ma che si mischia con essa per manifestarle non solo parole ma con fatti concreti la sua vicinanza.